Alessio Chiadini Beuri: jim carrey
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giovedì 27 maggio 2021

Dentro il libro e oltre: Clyt, la confraternita

 



In Clyt, la confraternita il gruppo composto dai capisaldi Enrico, Zanna e Tetteballerine e il sempre più presente Fangio, si allarga con quello che a me piace definire “il miglior compromesso di sempre per un nome figo, sboccato e comprensibile nei fini e nello spirito che deve ambasciare”.

Sigla.

Enrico è in centro e a Bologna è la settimana delle lauree, che un giorno, forse, arriverà anche per lui, e le strade della città sono una Babele di celebrazioni sboccate, urla malsane, vaffanculi nel buco del cul e corse denudate tra i portici con seguito inneggiante di facinorosi amici e compagni di corso.


Per questa puntata rileggo con occhio critico il capitolo quasi dieci anni dopo averlo scritto (mi ero laureato da appena un anno) e ritrovo con sorpresa delle previsioni azzeccatissime, indovinate con la precisione di un novello Nostradamus. Un oracolo di sadismo e depressione esistenziale.

Racconto quanto non ci sia una stagione giusta per laurearsi perché, soprattutto per coloro che sono fuoricorso (come lo è Enrico nel romanzo), si tratterà comunque del giorno di scuola più bello della loro vita, nonostante li aspetti un lavoro appagante, un mutuo perpetuo che perseguiterà le generazioni future o la cassa integrazione.

Ecco quindi, l’oracolo del Chiadini:

Futuro roseo: MANCATO (sono invecchiato all’improvviso in uno schiocco di Guanto dell’Infinito con una visione del futuro sempre più cupa).


Lavoro appagante: quasi MAI PERVENUTO se non per brevissimo tempo e in situazioni di precariato imperituro e poi solo tanta esperienza di fegati gonfi e tirocini su come fotocopiare fronte e retro la mia frustrazione.

Cassa Integrazione: CHECK, doppio CHECK, CHECK col fiocco.

È capitato così anche a voi? Come? Capiterà. Non è il giorno giusto per darvi speranze. Potete comunque godervi l’oggi e farci una risata sopra.

Sapete cosa mi confessò mia madre all’orecchio subito dopo aver fatto la foto di gruppo con amici e familiari che erano venuti alla mia proclamazione?

“Da domani comincia la parte difficile.”

Mia madre è la campionessa mondiale di tempismo e il trofeo de “La tocco piano” è sullo scaffale più alto della casa, sotto una teca fatta di lacrime di coloro che sono caduti sotto i colpi delle sue stroncature.

Penso di aver esclamato, in quel momento, un “eccheccazzo” così potente da risuonare fino ai colli bolognesi e di essermi ritratto da lei come per non essere raggiunto da un anatema senza perdono. Venivo da due anni di specialistica molto difficili, così duri da pensare seriamente alla rinuncia e tu ti presenti con questo carico di angoscia e me lo riversi addosso senza nemmeno un “Buongiorno”?

Madre dell’anno, proprio.

In ogni caso, sapete qual è la cosa che mi ha fatto incazzare di più?

Che aveva ragione, porca puttana.

Ma che schifo che fa la vita vera? Voi come ve la passate, riuscite a sorridere, là fuori?

Non fatevi piegare. C’è sempre tempo di fermarsi, sfanculare tutti e farsi una risata liberatoria. Non siamo obbligati a fare niente, a seguire nessuna regola, ad appartenere a nessuno. Prendeteveli questi momenti di pura esistenza, senza limiti, senza prescrizioni, senza doveri. Siate e basta. Siate.


Ci fu un professore a cui chiedemmo davvero qual era il periodo migliore per fare una festa di laurea e lui ci rispose “a dicembre” ma non ricordo se ci spiegò mai il perché. Ricordo solo che era novembre e che lui sarebbe partito per una campagna di studi in Africa nel giro due mesi. Forse gli piaceva l’idea di essere invitato a ogni festa di laurea dell’ateneo prima di andarsene, come i 100 giorni di giochi dedicati agli imperatori romani. 

Era il tipico ricercatore per cui tutte le corsiste sbavano. L’acume e l’intelletto sono afrodisiaci potenti, lo abbiamo già detto. Se sei pure fregno, comunque, non guasta. Prendiamo su, che di buccia non ne facciamo. Io lo invidiavo tantissimo, Mangiameli, perché la mia vita sentimentale aveva tre dita di polvere e chissà che mi immaginavo facesse con le mie colleghe di corso. Intendiamoci, so cosa immaginavo ma non ho ancora abbracciato l’idea di scrivere il nuovo “50 sfumature di grigio”, quindi sono intenzionato a fermarmi qua.

Enrico è quindi in piazza a guardare un’umiliazione di laurea con farine e uova a pioggia sul celebrando quando viene avvicinato da uno strano esemplare di razza umana che lo fissa costantemente. Ha una faccia pieni di bugni e occhiali a fondo di bottiglia. Enrico tenta quindi di svicolarsi da quell’attenzione ma il ragazzo ha l’ardire di rivolgergli la parola dandogli pure del Lei. Gli domanda se risponde al nome “Spanky” e quando Enrico, titubante, risponde di sì, quello chiama a raccolta un gruppo scompaginato ed eterogeneo di matricole come lui. Quando ho immaginato questa scena mi è venuto in mente il cast di “4 pazzi in libertà” con Michael Keaton e Christopher Lloyd in cui, degli internati di una casa di cura per malattie mentali, si trovano a vagare senza accompagnatori in una grande città per andare a vedere una partita di baseball.

Come secondo riferimento cinematografico ho preso la scena dei giocattoli mutanti che circondano Woody e Buzz nel primo Toy Story.


Qualcuno chiama Spanky "Gran Maestro" dell’ordine Alsef e gli spiega che è stato Fangio (autoproclamatosene Gran Cerimoniere) a dir loro di parlare con lui per la cerimonia de “Il Salto”. Spanky non ha la minima idea di cosa stiano parlando lui, l’albino pelleossa che soprannomina all’istante Cottonfioc grazie a una scena di Io, me &Irene che mi fece pisciare sotto dalle risate e che anche se non è politicamente corretta pazienza, 

Il ragazzo con la camicia a fiori che adora il frappè alla fragola, vagamente somigliante al Chunk de I Goonies, e TestaBietta, un macrocefalo con il capo sorprendentemente squadrato.


In questa scombinata compagine, oltre ad averci messo uno con l’apparecchio che ad ogni sillaba spruzza galloni di saliva, c’ho infilato anche un ragazzo di origine indiana, che nelle serie tv degli ultimi anni è molto in voga.



Finalmente, da dietro un muro, spunta il responsabile di tutto, Fangio che, all’insaputa di tutti, ha promesso alle matricole di accoglierli nell’Alsef e al cospetto di Spanky ribadisce quanto siano fortunati ad essere stati presi in considerazione e che per questo non sono più uomini ma essere superiori, con poteri speciali. Gli uomini X, perchè la X è sempre il punto in cui scavare!

Un misto tra il professor Xavier e Indiana Jones della pachanga.



Se a questo punto qualcuno mi dovesse chiedere per cosa starebbe la "X", abbiamo seri problemi di attenzione e poca elasticità mentale.

Condotta dal Fangio, la nuova confraternita parte per un viaggio alla ricerca del Primo Cavaliere dell’Ordine Alsef, sir Tits (Aka Tetteballerine), che saprà infondere nei loro pistolini intonsi il coraggio di mille fiere.

I Clyt’O Riders.


I clitoridi. Un obiettivo.

I dominatori del Clito. Un’attitudine. Una speranza per un mondo migliore.


Bright side of the road - Van Morrison


È il brano che mi ha fatto conoscere, apprezzare ed amare Van Morrison, prima di tutto. L’ho conosciuto grazie al film Febbre a ‘90, uscito nel 1996 con protagonista Colin Firth (e tratto dal romanzo di Nick Hornby). La scena finale, in cui la gente scende in strada per festeggiare la vittoria del campionato da parte dell’Arsenal, mi ha ricordato la Bologna dei giorni di celebrazione delle lauree: un casino mastodontico in cui vergogna e umiliazione, turpiloquio e schiamazzi sono comunemente tollerati.









Chi più Re di Noi: la ragazza che ascoltava i Guns N' Roses

Editore: Andaluso Errante Books
Prima Edizione: Dicembre 2016
Seconda Edizione: Ottobre 2020
Genere: Narrativa Contemporanea


Quarta di copertina: "Bologna. Una nuova ragazza è venuta ad abitare nell’appartamento sopra a quello di Enrico, Tette’ e Zanna, solo che nessuno l'ha ancora vista. Il primo si è convinto che si tratti della donna della propria vita ed è deciso a incontrarla, il secondo si è offerto di curarne l'irrequieta smania di svegliarli nel cuore della notte facendole assaggiare un po' del toro da monta qual è, l'ultimo non è sicuro che il fantasma dello zio morto in quella casa la lascerà in pace.
Cecilia e Virginia alzano gli occhi al cielo"


NB: da qualche giorno è disponibile anche la variant cover dedicata a John Belushi e Animal House!
Costa solo 1.50 in più rispetto alla classica perché è in copertina rigida!



Qualche Recensione:



giovedì 4 febbraio 2021

Dentro il libro e oltre: Internet a 33k


Internet a 33k, come vedrete, non è un capitolo particolarmente lungo ma è da leggere con attenzione perché, vi assicuro, è FONDANTE.

Molte delle cose che ci troverete ve le porterete fino alla fine del romanzo.

Se avete letto la postfazione all’edizione 2020 di Chi più Re di noi allora sapete che una delle fonti d’ispirazione per questo libro l’ho avuto grazie al blog ICoinquilini, fondato nel lontano 2008 e chiuso pochi anni più tardi. È stato l’antesignano di quelle pagine che hanno poi spopolato su Facebook come Il Coinquilino di Merda, Roba da coinquilini e Il coinquilino geniale.

Storie di vita universitaria vissuta e di coinquilini. Voglio confessarvi che oggi, prima della stesura di questo pezzo, ho provato a contattare gli amministratori del blog attraverso l’indirizzo di posta che lasciarono allora. Non so se quella casella viene ogni tanto controllata (ne dubito), ma nel caso succedesse il miracolo, ringrazierò di cuore per esserci stati e aver dato un senso a una piccola parte della mia vita che in qualche, strana maniera, mi ha definito come persona e come scrittore.



Prima di iniziare a scrivere Chi più Re di noi, proprio come un infante che deve muovere i suoi primi, incerti passi nel soggiorno di casa, avevo bisogno di un girello e diversi aiuti per muovermi verso mamma e papà. Queste routine le prendevo dalla conversazioni che ascoltavo in giro, dalle serata con i miei amici e da quello che leggevo per “documentarmi”, per entrare di più nel mood che volevo raccontare. Per questo, nei primi capitoli, poi sempre meno frequentemente, ho usato espressioni e situazioni lette nel blog che mi avevano fatto ridere, che mi avevano acceso in testa una scena che poteva funzionare, che mi avevano dato lo spunto per creare qualcosa di mio.

Prima di inoltrarci nella disamina del capitolo settimanale, “Internet a 33k” vorrei trascrivere, come testimonianza per i posteri e per coloro che non sono stati così fortunati da incappare ne ICoinquilini negli anni in cui era attivo e presente nell’internet, il pezzo originale da cui ho tratto il titolo del capitolo.


Storia 23 (legata a storia 17): La giusta misura


Del periodo in cui eravamo in tre in trenta metri quadrati i divertimenti erano pochi. Le televisione c’era ma funzionava solo con il videoregistratore. Per un periodo ci siamo guardati un po’ di film in cassetta, ma senza colore. Poi, un giorno, anche senza audio.

La cosa più divertente era quando, verso ora di pranzo, mettevamo l’acqua sul gas per la pasta. Io e Massimo avevamo comprato le palline rimbalzine alla macchinetta del supermercato. Le lanciavamo con volenza per terra e poi dove colpivano colpivano. Una volta una pallina fece una mora nel braccio a Ghino, un’altra rovesciò la pentola con l’acqua che bolliva rischiando di ustionarci tutti.

E noi giù a ridere come pazzi. Cosa vuoi, ancora internet andava a 33k.


Ed era così anche per noi, che abitavamo in via Saffi. Non avevamo internet in appartamento (vivevo in una tripla per risparmiare figurarsi se potevo indebitarmi per avere la linea in casa) ma uno dei ragazzi con cui abitavo, ingegnere elettronico, mi sembra di ricordare, in qualche occasione provò a hackerare e inserirsi nella banda internet del vicino, con zero successo. Per controllare le mail e fare qualche navigata su internet, parlare con i gli amici lontani su MSN (siamo ancora nell’era pre-facebook, capiamoci) si andava in dipartimento e davanti a quei due computer, scrausi e macinati per il troppo uso, in fondo al corridoio del piano terra del 38 di via Zamboni. Il problema è che non avevi privacy mentre ti facevi gli affari tuoi perché dietro la tua schiena avevi sempre qualcuno che aspettava il suo turno e poteva benissimo sbirciare lo schermo da sopra la tua spalla durante l’attesa. Se mi ricordo bene, ogni sessione, poteva durare al massimo 30 minuti, poi ti dovevi ricollegare (se non c’era nessuno a farti la posta) o cedere a quello dopo. Ah, per giunta, cosa mai capita, uno dei due pc aveva la sedia, mentre se ti capitava libero l’altro dovevi stare in piedi tutto il tempo. Uno schifo vero. Ma non avevamo così bisogno di internet, io avevo un Nokia 3330 che non mandava nemmeno gli mms e dopo un po’ dovevo decidere quali messaggi cancellare per fare spazio.

Ma ora torniamo a noi lasciando la malinconia per i momenti di nostalgia depressa.

Internet a 33k si apre un po’ come quel post, solo che per Zanna, Enrico e Tette’ creo un gioco da salotto chiamato Lloydball (è un diminutivo, il vero nome è molto più lungo, complicato e politicamente scorretto) che in pratica è una versione del Baseball in cui al posto della palla c’è un saracchio (uno sputo, NDR), al posto della mazza c’è un mestolo (solo Zanna fa l’infelice scelta di usare una ramina, che quando intercetta la palla di saliva, questa si nebulizza e gli arriva a inzaccherare la faccia) e al posto dell’eliminazione decretata dall’arbitro c’è una scoreggia acida sfiatata in pieno muso.


Mentre i decorticati sono impegnati a scambiarsi deiezioni e fluidi corporali Virginia entra in appartamento con uno sbattere di porta poderoso. Ed ecco che, dopo un omaggio a Xena la principessa guerriera con i suoi completini di pelle, comincia una sfilza di citazioni alte di cui vado molto fiero. Virginia passa davanti ai ragazzi, che si chiedono ancora cosa stia succedendo e va a prepararsi il caffè, incazzata come un bufalo e resa muta dalla collera. Enrico, Tette’ e Zanna sanno di dover fare qualcosa ma sono pietrificati da Virginia. Fino a che qualcuno non propone di andarci a parlare e un altro non dirà che sa lui cosa fare, che ha un piano. Se la cosa non vi ha ancora fatto scattare nulla vi dico che ho ricostruito una delle scene più belle e iconiche di Ghostbusters del 1984, quella del primo confronto tra Ray, Peter e Egon con un fantasma, senza strumentazione e zaini protonici. Ora andate a godervela e poi tornate qua.


Dopodiché Zanna racconta un aneddoto sullo zio, Vladimiro Zannetti. Quello che, morendo, ha lasciato libero l’appartamento di sopra, in cui è andata a vivere la misteriosa inquilina. In vita, lo zio di Zanna era un vero rompicoglioni. Un solitario che non sopportava il prossimo e vessava i nostri, con scontri epici con il mai domo Tetteballerine, che non aveva remore reverenziali nei confronti di un anziano. In ogni caso è un aneddoto che qualcuno mi raccontò durante una delle mie stagioni alla Cantina Sociale di Forlì e ha a che fare con un ragazzo camerunense particolarmente prestante e una battuta smaccatamente razzista, anche se detta senza l’intento di offendere o denigrare ma solo di richiamare un umorismo di provincia, di campagna, circoscritto in un canone stilistico difficilmente esportabile.

Virginia è ormai tornata nella sua stanza quando iniziano a sentirsi forti rumori in tutta casa. Subito i ragazzi danno la colpa alla compagna d’appartamento ma presto capiscono che non è lei a causare quei tonfi e quel baccano. Vengono dal piano superiore. Dall’appartamento gemello al terzo piano, quello in cui abita l’inquilina misteriosa che Enrico sta inseguendo ormai da settimane.

È la prima volta che gli altri la sentono e Enrico può finalmente scrollarsi di dosso la sensazione di essere considerato totalmente sciroccato dagli altri. Tetteballerine è quello che, ovviamente, ha la reazione più esagerata di tutti: urla esattamente quello che urla un arrapato Kevin Bacon in Tremors quando scorge in lontananza la figura della ricercatrice (interpretata da Finn Carter, e love interest del film). 


Appena una battuta per ricordare Ace Ventura l’acchiappanimali e si ritorna a Tremors, quando Zanna, Terrorizzato da quel frastuono increscendo, chiede a tutti di non muoversi, che l’essere li può sentire attraverso le vibrazioni provenienti dal  “soprasuolo” (dato che usare il termine soffitto sembrava troppo banale). Tette’ e Enrico gli danno corda mentre Virginia no, è uscita dopo aver spezzato le illusioni di Enrico sull’aspetto dell’inquilina. Purtroppo, però, è proprio in quel momento che il vecchio frigorifero decide di imbizzarrirsi come un cavallo e saltellare per la cucina. Zanna ci si avventa sopra tentando di ammutolirlo ma il Graboid che sta scavando sotto la superficie della loro suggestioni li ha sentiti e sbatte di nuovo, con più forza, una porta. 


Enrico però quel suono lo riconosce e si proietta fuori dall’appartamento. Se era il portone del condominio vuol dire che l’inquilina è appena scesa. Quale momento migliore per seguirla e, finalmente, incontrarla? Però il destino beffardo ci metterà lo zampino e riempirà la strada della consueta, affollata, giornata di mercato. L’unica cosa che resta da fare al nostro Spanky è quella di rivolgersi al Pakistano dell’alimentari sotto il condominio per chiedergli se ha visto qualcuno uscire dal portone prima di lui. Quella che sentirà, in quell’italiano abbozzato al curry, sarà la prima descrizione dell’inquilina del terzo piano.

Bella, alta e russa.

Tenetevi stretti questi indizi fino alla fine del romanzo. Ne arriveranno altri.


La canzone del capitolo: New York groove by Kiss

Voi immaginateveli quei tre a giocare a questa versione infettiva del baseball per casa, correndo attorno a un tavolo, saltando sul divano, facendo slalom tra le sedie e praticamente mettendo a repentaglio la loro incolumità e la resistenza strutturale dell’edificio stesso, in quella assolato pomeriggio di fine estate/vacanze. Guardatevi gli schizzi di saliva nebulizzata al rallentatore descrivere meravigliosi archi in aria, prima di impattare umiliante addosso a qualcuno. Non è proprio una canonica scena di training da film sportivo, ma ha la stessa forza galvanizzante.





Per finire, non dimenticarti che il romanzo su Max Payne esiste e lo puoi leggere senza spendere un euro che è uno!



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martedì 19 gennaio 2021

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venerdì 25 dicembre 2020

Dentro il libro e oltre: Ombre di città

 


“[...]dall’appartamento alla mia facoltà c’è un po’ da camminare..” 

Circa 25 minuti da via Zamboni, Dipartimento di Storia e filosofia, a porta Saffi. Benché fossi in possesso di una mountain bike color verde radioattivo che lanciata poteva tranquillamente toccare i 50 chilometri orari, in quell’inverno del 2008, io inforcavo il mio eskimo verde ribellione e andavo, qualsiasi tempo facesse. 

Era bellissimo, poetico. Respiravo la città, mi riempivo di lei e fantasticavo dentro il mio involucro fatto di musica. Stavo nel mondo vivendo il mio mondo interiore. 

Tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, uscivo di casa molto presto e, anche se lezione cominciava solo alle 9:00, alle 8:00 ero già in fila per prendere una postazione tesi a palazzo Paleotti, che aveva la seduta più comoda e più spazio tra uno studente e l’altro. Non lavoravo alla tesi, che avrei cominciato solo l’autunno successivo, ma scrivevo. Avevo messo a punto la mia routine di scrittura due anni prima. Mi ero imposto di scrivere, non importa come, almeno un’ora la mattina prima di andare a lavorare, un’ora durante la pausa pranzo e un’ora la sera dopo essere tornato a casa. Tutti i giorni, senza stacco.

In fondo scrivere non è un lavoro, per me, ma una distrazione dalla realtà, un parco giochi in cui dimenticare tutto per un po’ e lasciarsi trasportare (anche se di fatto lo scrittore ha le mani sul volante) in un altro mondo. Appena avevo un momento che me lo potesse permettere andavo al Paleotti e ricominciavo a scrivere. All’epoca lavoravo su un progetto davvero ambizioso: scrivere un romanzo che potesse competere con I Tre moschettieri di Dumas, prendendo a presto la musicalità dei versi del Cyrano De Bergerac di Rostand. È ancora tutto in piedi, anche se per il momento fermo. Per scrivere quel romanzo serve una totale immersione linguistica che finisce per coinvolgere il mio parlato quotidiano facendomi suonare come un viaggiatore del tempo approdato in un’era che non è la sua. Quando ero in quel mood pensavo e parlavo (anche limitandomi e facendo attenzione suonavo comunque un po’ strano rispetto a coloro che mi erano attorno) come un moschettiere e vedete, anche adesso, ricordando quel periodo, un po’ di teatralità è incapace di restarsene buona. Ero sempre l’ultimo a uscire dall'aula studio e i miei compagni di appartamento mi chiedevano perché rientrassi tutti i giorni alle 21.00 quando le lezioni terminavano alle 19.00. Io sorridevo mentre mi guardavano stralunati, perché lungo il tragitto di ritorno lasciavo l’eskimo aperto a svolazzare come un mantello. Era bellissimo, ragazzi. Quelle passeggiate nella Bologna di sera, con il freddo pungente a morderti le guance, sognando un sogno e sentendosi impavido e guascone è uno dei ricordi più cari del mio periodo bolognese.



La storia di come l’ho attraversata tutta, da periferia a periferia, da una porta all’altra, il giorno del mio compleanno (Febbraio, eh!) con addosso soltanto una camicia di cotone, una giacca di pelle che poco copriva (ma era figa perché era come essere l’ispettore Coliandro o Serpico), un paio di scarpe eleganti, anche loro di pelle è la storia di un due di picche. Uno dei tanti della mia vita. 


Avevo un appuntamento con questa ragazza di Bologna, a cui avevo raccontato la balla di essere anch’io di Bologna (credendo stupidamente che, al contrario, non mi avrebbe dato mezza possibilità per via dell’eventuale distanza), che sgamò dopo mezzo secondo ma che non mi fece pesare troppo. Dovevamo vederci in questo locale fuori dalle mura, una discoteca che in prima serata aveva in cartellone uno spettacolo di Giacobazzi. Non festeggiai il compleanno a Forlì con la mia famiglia e con i miei amici (non fu l’unica volta in cui sacrificai gli affetti per inseguire qualcuno - è sempre la storia di colui che antepone i sogni a ciò che ha già), ma salì sull’autobus giallo della Tper che mi scaricò a qualche centinaio di metri dal locale. Non mi portai altro che quello che avevo addosso, non volevo essere impacciato con una giacca o con altre cose a cui avrei dovuto badare per tutta la serata: dovevo essere concentrato sull’obiettivo, senza distrazioni. Era fondamentale per avere successo. 

Lei arrivò quando già la sala era stipata e non vedemmo insieme il siparietto comico ma ero certo che, una volta riunitici per il ballo (minchia, sembra di essere finiti in una scena di Footloose) avrei potuto rifarmi su quel contrattempo. Ma sbagliavo ancora. Non avevo considerato che la ragazza aveva un ingombrante strascico di una lunga storia finita da poco. Non me n’ero preoccupato perché, beh, comunque ci sentivamo e mi aveva invitato lei. Per. Il. Mio. Compleanno.

Ripeto: PER IL MIO COMPLEANNO. 

È normale che uno i buoni pensieri se li fa, no? 

No. Bisogna purtroppo fare sempre i conti sul fatto che uomini e donne sono complicati e sconosciuti a loro stessi. Per certe cose non si può confidare in nessuno. Il cuore ha una mente tutta sua. Ma questo lo capì bene solo qualche giorno più tardi, quando passai quasi tutta una giornata fra trenini locali e autobus per prendere un caffè con lei, il giorno prima di sostenere un esame molto difficile (letteratura romanza). Ottenni un 30, ma non ebbi lo stesso successo con la ragazza.

Comunque, alla fine lo spettacolo di Giacobazzi fu bellissimo, risi come un matto.


La canzone: Sinnerman by Nina Simone (1965) l'ho conosciuta grazie a Scrubs. Era la canzone che chiudeva la puntata natalizia della prima stagione. Ho quest’immagine nitida di Turk che, la notte di Natale, si precipita fuori dal Sacro Cuore per correre da una paziente che è scappata dall’ospedale ma che sta per partorire. La troverà sotto il grande albero di Natale della città. Mi è venuta subito in mente questa canzone per la colonna sonora di questo capitolo proprio perché avevo scolpito in testa la scena di Spanky/me stesso che camminava senza meta in una Bologna notturna, fatta di luci calde, sferzate di vento gelido e tanta strada da fare. I propri peccati nessuno li grida al mondo, se li tiene ben stretti, un fardello pesante da portare e scomodo da indossare che però ci teniamo addosso, troppo difficile da togliere, troppo rischioso da lasciare in giro. Sinnerman è una canzone da colonna sonora intimistica perché non va ascoltata a tutto volume dalle casse dello stereo ma con gli auricolari. Come i segreti inconfessabili e i peccati di ciascuno di noi: si raccontano all’orecchio. 




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