Alessio Chiadini Beuri: maxpaynedì
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mercoledì 15 marzo 2023

Capitolo 1

Max Payne: una fredda giornata d'inferno




L’incubo era sempre lo stesso: violente figure che si muovevano nell’oscurità, la risata isterica dell’assassino era come un rompicapo di deviata malvagità.

Mi ritrovai nella mia casa. Nella nostra casa. Lo stanco incedere della luce esterna diceva al mondo che il giorno era finito e che sulla città si stavano finalmente distendendo le ombre della notte. Ero in piedi sull'uscio. 
Mi voltai a guardare a destra, verso la cucina. 
Poi a sinistra, verso il soggiorno. 
Il gesto rapido mi sfanculò l’equilibrio e un montante di nausea e vomito salì dalle budella. La stanza iniziò a girare, sempre più veloce, e non si fermò più. Cercai a tentoni un appoggio saldo a cui affidarmi ma non lo trovai e mossi alcuni passi in avanti sbattendomene del fatto che stavo per vomitarmi addosso. Il pianto di un bambino arrivò fino a me, prima come una serie di note confuse in fondo al brusio che lentamente si faceva strada in un’emicrania omicida che mi stordiva e poi come lama tagliante che feriva profonda. A malapena sapevo ancora come mi chiamassi ma non avrei potuto sbagliare nel dare un nome a quella voce. Sono istinti che un padre acquisisce la prima volta che tiene in braccio un figlio.
Rose.
Rose era là da qualche parte e stava piangendo.
Quella consapevolezza  si azzuffò con le tinte torbidi di quell’incubo, dando spinta alle gambe per un nuovo slancio in avanti. Mi muovevo a rallentatore verso il corridoio. Annaspavo e pompavo ma le distanze non facevano che dilatarsi. Dovevo sbrigarmi o tutto sarebbe stato inutile, un’altra volta. Ancora un fallimento. Lo stesso, imperdonabile.
Stavolta sono in tempo, però, non posso fallire. 
Fai qualunque cosa ma non le abbandonarle di nuovo. Hanno bisogno di te, grand'uomo.
Salvale e le tue mani non saranno più macchiate del loro sangue, Max. 
Ti stanno aspettando, che diavolo pensi di fare?

«Max, NO! Ti prego, NO!»

Il grido di una donna.
Sto arrivando piccola. Resisti.
Finalmente imboccai il corridoio per le camere da letto. Il figlio di puttana si allungò a dismisura tanto che mi trovai in un lungo tunnel con una minuscola iride di luce ad aspettarmi impaziente. 
Un piede dietro l’altro, era facile, su. 
Le gambe mulinavano divorando un pavimento inconsistente come fumo e le braccia cercavano febbrili aria da spingere indietro. La casa si inclinò e la corsa divenne un’affannosa salita. Il piede scivolò e io caddi disteso battendo la faccia. Non sentii dolore e mi rialzai riprendendo a correre con più foga mentre mia figlia urlava a squarciagola il suo orrore.
Tranquilla, l’uomo cattivo non ti troverà, questa volta. Papà sta arrivando. Non piangere più.
Arrivai in fondo al corridoio con un ultimo, doloroso, colpo di reni.
Sono qui, ragazze.
Al posto della stanza di mia figlia, però, un altro corridoio si spalancò di fronte a me. Era nero e profondo, come l’appetito della Nera Signora. Senza cedere alla disperazione frugai le ultime forze e mi gettai a capofitto dentro l’oscurità. Cieco e furioso, il terrore di perderle di nuovo alimentò un incendio di paure che divampò in un corpo proiettato allo spasmo. Mi lasciai dietro anche il secondo corridoio senza quassi accorgermene. Il terzo lo divorai. l’ultimo lo superai senza respirare, gli occhi spalancati e la bocca contratta in un ghigno ferino.

«Maaax!» quella volta, sì, era Michelle.

Estrassi la pistola.
Ci avevo messo troppo? Avevo fallito ancora?

Ammazzati Max o al prossimo giro le ucciderai un'altra volta.

La cameretta di Rose. Il lettino era rovesciato su un fianco. Il lato sbagliato per poter vedere mia figlia. Scattai in quella direzione ma una voce maschile riempì l’aria e la vista della stanza di mia figlia si offuscò.

«Lo abbiamo trovato addormentato accanto al corpo di Lupino» la voce aveva un’eco così terribile che capii a stento che cosa diceva.
Chi stava parlando?
Chi avevano trovato accanto al corpo di Lupino?
E quanto tempo fa era successo?

Scossi energeticamente la testa e il riverbero di quella voce sconosciuta si dissipò come vapore. 
Ero là per salvare la mia famiglia e niente mi avrebbe fermato. Dovevo mantenere il controllo. Un bagliore improvviso trasformò tutto in luce ma com’era arrivato, si ritirò altrettanto velocemente. Ero in piedi nel mio soggiorno a fissare una foto di me e Alex. I bei tempi andati. Avevamo condiviso alcuni momenti di gloria e senza falsa modestia, eravamo la miglior coppia di collaborazione tra polizia e Dea anche se avevamo entrambi il nostro bel caratterino. Avrei dato qualsiasi cosa per averlo come compagno di squadra. Ma non avevo mai avuto questa fortuna. 
Distolsi lo sguardo e la testa mi seguì con un ritardo di alcuni secondi. Sulla mensola del caminetto un ritratto di famiglia. Riconobbi la cornice, Michelle l’aveva scovata in un mercatino delle pulci e l’aveva voluta acquistare a tutti i costi, anche se non era niente di speciale e non valeva una cicca. Avevo preso in giro i suoi gusti per qualcosa come una settimana intera. Alchè si era decisa a farmela pagare piazzandoci una bella foto di noi tre. In quel modo non avrei potuto trovare un modo per farla accidentalmente sparire o facendomela scivolare dalle mani mentre la ammiravo. Quando Michelle mi si era piazzata davanti con quella composizione, fiera e sorridente, io l’avevo guardata accigliato, avevo sbuffato per protesta e poi ero scoppiato in una risata. Avevamo riso insieme, come due adolescenti cretini, fino alle lacrime. 
Nella foto tenevo in braccio Rose e Michelle mi cingeva il collo con dolcezza. Pura felicità catturata dallo sguardo della macchina fotografica. Pensavo sarebbe durata per sempre.

Finché morte non vi separi.

Non volevo pensarci. Mi ripetevo che fino a quando non l'avessi fatto non sarebbe potuto succedere.
Il ricordo però mi colpì come una saetta infuocata e io infransi la promessa. Il terrore era come un ago arrugginito conficcato nel cervello. Presto la sua infezione avrebbe fatto ammalare il cuore.
Quei pensieri furono spezzati dalla musica di un carillon lontano. Suonava una ninna nanna distorta e contorta, il più possibile lontano dalle promesse di bei sogni futuri. Il vagito di un neonato uscì dal torpore dei ricordi e crebbe come un vento nucleare dentro una valle. Il cielo azzurro e le nuvolette di una carta da parati da bambini mi scorrevano davanti agli occhi in un corridoio che sapevo già dove sarebbe finito. Non faticai quella volta, neanche mi accorsi di compiere un passo. Fui proiettato in una stanza avvolta nel buio. 
Un'oscurità nera come pece, come scrivono nei romanzi. La notte assoluta, il vuoto cosmico. Ero nell'iride perduta di un buco nero. Sollevai le mani di fronte al viso e non le vidi. Il fischiare tremendo del silenzio era un pugnale dalla lama conficcata da un orecchio all'altro. Sentivo agonizzare la ragione, appesa impotente e in balia degli eventi.
La bambina riprese a piangere. Mi si strinse il petto ma se aveva ancora forza di strillare come un'aquila voleva dire che per il momento stava ancora bene. Mi mossi e d'istinto gli occhi puntarono dove avrebbe dovuto esserci il pavimento e il mio piede. Sentì l'appoggio e con meraviglia la direzione mi comparve davanti. Non erano molliche di pane a indicarmi la strada ma un'irregolare scia vermiglia. Sembrava sangue, come quello di un cadavere trascinato per i piedi. La traccia era frastagliata di sbaffi e macchie circolari. Un vero casino. Una coltre di soffici fiocchi di neve rossa striavano l'orizzonte. Cominciai a correre lungo il sentiero. I passi rimbombavano cavernosi in un'eco infinita. non vedevo oltre a una decina di metri da me. Abbastanza per prendere un buono slancio ma non sufficiente a correggere raddrizzare la barra nel caso di una drammatica svolta improvvisa. Non sapevo se oltre la lunga linea rossa avrei trovato la solida terra o l'avvolgente nulla e non avevo intenzione di scoprirlo finché il pianto resisteva imperterrito. 
Mi trovai a corto di fiato, con il diaframma a spremere a fondo i polmoni e il petto a sussultare come un vecchio motore diesel. Nulla da segnalare per milza e fegato ma non avrebbero tardato a chiedere il conto. Il sentiero mi correva davanti agli occhi in un'ipnotica serie senza fine. Senza la possibilità di distrarmi smarrii la cognizione del mio corpo. Correvo in avanti per pura inerzia. Non sarei riuscito mai a scansare un muro o una voragine nel pavimento. Mi accorsi della mia corsa storta, vistosamente piegata da un lato, solo per miracolo. Mi stavo addormentando.
Mi morsicai l'interno della guancia e il dolore mi riaprì gli occhi: il sentiero di sangue si interrompeva nel niente. Saltai con uno slancio ridicolo fiondandomi addosso a un fato che avrei scoperto se clemente o crudele.
Quando trovai l'appoggio dei piedi ero in camera di Rose, la mia piccolina. D'istinto mi rivolsi verso l'angolo con il suo lettino. L'orrore mi attraversò raggelandomi l'anima. Coperto da un lenzuolo insanguinato, un corpicino era disteso a terra accanto allo scheletro del suo lettino, che qualcuno aveva ribaltato in preda alla rabbia.
«Oh NO! Ti prego, buon Dio, No!» urlai.
Il grido di Michelle interruppe il mio ma non riuscii a fermare le lacrime. Mi precipitai da lei. Il fallimento mi aveva trovato di nuovo, era così vicino da sentire il suo fiato gelido alitarmi sul collo. Varcai la stanza e in quel momento, di nuovo, una voce maschile squarciò il mondo.

«Puoi tagliarli a pezzi o a fettine, disintegrarli, vaporizzarli, poco importa: ritornano sempre come nuovi!»
Vidi me stesso legato a una sedia, incosciente.
Che stava succedendo?

«Michelle!!» disperato ricacciai indietro la voce e la visione onirica di me stesso si scomparve.
Ora stringevo tra le mani il diario di Michelle. Ero nella nostra camera da letto.

“Ieri mi sono trovata sulla scrivania uno strano fascicoletto. Valhalla? Sbaglio o ha a che vedere con la mitologia nordica? Con i Vichinghi? Ho provato a dirlo a Max ma mi ha liquidato con il suo affettuoso sorriso di circostanza. Probabilmente avranno solo invertito una spedizione.”

Da quel momento avrei sempre trovato del tempo per lei, mi dissi. Il vecchio Max se n'era andato, ecco a voi uno nuovo di zecca.
Restò una vana promessa. Troppo poco. Troppo tardi.

Nelle orecchie avevo di nuovo i pianti di Michelle. Le sue urla impaurite, private di qualsiasi riflesso di speranza, erano immerse in un'angoscia che faceva sanguinare l'anima.

sabato 16 novembre 2019

latte e biscotti






Mentre ero impegnato a disquisire di teologia di fronte a un pubblico invisibile e annichilito da tanta sagacia, dietro al bancone si manifestò una presenza.

«Ehi, latte e biscotti sono per il nonnetto con la pancia e tanta voglia di ridere. Per i folletti non c’è nulla!» gridai in direzione dell’ombra accucciata dietro il vano spine, facendo attenzione che non gli sfuggisse la mia pistola puntata addosso.

«Sei quel tizio, giusto? Il traditore.» non riconobbi la voce. Non ero mai riuscito ad avvicinarmi tanto a Lupino e alla sua gente.

«Vuoi scrivere la mia biografia?»

«No, ma non voglio nemmeno ammazzare un povero Cristo che si è intrufolato qua per sbaglio al posto di un pezzo di merda che se lo merita sul serio!»

«Capisco, tu sei il buon samaritano del gruppo.»

«Sbagli: sono quello che ti sventra e ti fa una bella cravatta con le budella.»

«Dolente ma rifiuto l’offerta: non si intonerebbe con le scarpe. Te ne voglio fare una io, invece: passami garbatamente i tuoi ferri e dimmi dov’è Jack. Potrai vivere un altro giorno e cercarti un lavoro onesto. Combiniamo?»

«Dico che sarà Jack a trovarti e quando lo farà, ti divorerà!» l’uomo tentò di saltare al di qua del bancone ma lo convinsi a desistere sparandogli al cuore. Quel colpo fu sufficiente ad ammazzarlo ma vista l’aura esoterica del posto, con altri tre proiettili mi assicurai di non vederlo riapparire con sguardo vacuo e un morso contagioso.

In giro, nessun altro.

Non potevo nascondere che fossi un po’deluso per la scarsa vigilanza del quartier generale di Lupino, uno dei feudi più importanti della ragnatela criminale di Puncinello. Onestamente mi sarei sentito più tranquillo se ad aspettarmi fossero stati in sessanta, scatenati e bramosi di strapparmi per primo lo scalpo dalla testa. Quella calma era imprevista e dovevo guardarci dentro per adattarmi. Sperando di trovare tutti assiepati dietro un angolo superai il cadavere e infilai una porta nel retro.

Finii in una stanza addobbata da scritte come: NECRONOMICON, MAGIA NERA e PARADISO PERDUTO. Anche i titoli dei libri sulla scrivania parlavano da soli: MALLEUS MALEFICARUM piuttosto che DE DIVINA MALEVOLENTIA IN MORTIBUS VIOLENTIS.

Libri con pentagrammi in copertina, tutti sull’occulto e l’infernale, in mezzo a pile di video dell’orrore. L’unico motivo per dar loro importanza era che Lupino sembrasse prenderli sul serio. Doveva aver speso un sacco di tempo per farsi amico il tipo di sotto.

Sul muro dietro la scrivana, con una tintura rossa sbaffata lo stesso Lupino aveva dipinto due cuori spezzati e delle stelle che sormontavano un teschio dalla bocca aperta, immortalato in un atroce grido di dolore.









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venerdì 15 novembre 2019

Ragnarock




Ragna Rock era il club privato di Lupino. Un bazar della droga all’interno di un vecchio teatro. Sapevo quello che mi avrebbe atteso all’interno: squilibrati strafatti capaci di esplodere in atti di violenza senza senso.
Oltre alla guardia personale di Lupino. I killer più spietati in circolazione.
RagnaRock era invitante quanto un’emicrania perforante, con il suo assalto di luci e musica senza inizio né fine.
Il cuore del locale era un’area ricreativa gotica con giochetti sadomaso e un sacco di altre degenerazioni simili. Penetrante col suo subdolo messaggio oscuro come un proiettile nel cuore.
Nel nome del padre, nel nome del figlio, nel nome di Jack Lupino.
Trovai la strada spianata dal primo passo nel quartiere a quello nel suo club.
Dato che era la prima volta che mi capitava quella notte, lo trovai singolare. Avrebbero potuto seccare lo sbirro alla porta, fargli schizzare via il cervello dalla testa, levarsi il proverbiale cazzo dal culo senza pensarci troppo. Ma non accadde. Se non fossi stato ottenebrato agli antidolorifici che avevo tracannato avidamente, avrei sentito probabilmente il dolore penetrante della delusione cocente.
Il lato del guardaroba, subito a destra dell’ingresso, era sgombro e privo di pericoli. Lupino era a un passo, lo sentivo. C’era qualcosa di impalpabile nell’aria, una patina che la rendeva pesante e irrespirabile. La sentivo addosso come una coperta.
Anche il grande atrio era deserto. Deserto e avvolto in un’oscurità tenuta lontana solamente dalle fiammelle tremolanti di alcune candele. Non potevo credere che Lupino si fosse sniffato anche il denaro delle bollette e avesse dovuto ricadere su uno stile pre-rivoluzione industriale. Sembrava una di quelle case stregate che si trovano alle fiere di paese. Aspettavo da un momento all’altro l’inizio della giostra: fantasmi di cartone che spuntavano dagli angoli, grida registrate, ghiaccio secco a tonnellate e sciroppo di lamponi a gocciolare dai lampadari. Distinta ma lontana, una noiosa nenia. Poteva essere il vento.
Proseguì nella battuta di caccia al Lupino e mi infilai in una stanza sulla sinistra. Per stanare una colonia di topi di fogna di solito preferivo partire dalla periferia e non lasciarne indietro nemmeno uno. Quell’uno che mi avrebbe con molta probabilità finito per sparare in mezzo alla schiena.
Giunsi a un magazzino di alcolici che somigliava più alla cantina di una vecchia enoteca.
Non c’erano candele ma la luce era soffusa e inefficace a combattere con autorevolezza l’oscurità imperante. Scansie a parete e portabottiglie impolverati circondavano un grosso tavolo di legno. Sopra di esso un libro, la copertina in pelle mordicchiata dal tempo e dall’umidità.
A giudicare dal luogo era sorprendente che qualcuno avesse anche solo mai pensato di leggere qualcosa. Il libro era intitolato “L’età della morte e della tempesta”.
Lo sfogliai.
Parlava dei miti nordici e del Ragnarok, giorno in cui, secondo le credenze vichinghe, sarebbe giunta la fine del mondo. La terra si sarebbe ricoperta di ghiaccio e gli uomini avrebbero perso il loro ultimo barlume di umanità.
Compresi come qualcuno potesse pensare che stesse davvero arrivando la fine del mondo. E, al tempo stesso, iniziavo a capire quale fosse il vero significato di un locale del genere.
Ma qualcosa mi diceva che non era sufficiente una spolverata di inverno per trasfigurare gli uomini in diavoli. La verità, quella cruda e spietata, era che gli uomini, mostri lo sono stati sempre, fin dal loro principio. Qualsiasi tempo il Signore avesse deciso di mandare giù.
Le favole della buonanotte vanno bene finché la realtà non viene a farti visita, senza preavviso.
Il mondo è il vero mostro nascosto sotto il letto e quando ti afferra per il piedino che hai lasciato incauto a penzolare e ti trascina giù con sé, non basta più tirarsi le coperte fino al mento e sperare che passi. Puoi solo illuderti che quel momento arrivi il più tardi possibile.
Ma arriverà, prima o poi, questo è certo.
Potrebbe avere il volto deformato dall’alcol di un padre che torna a casa ubriaco e incazzato con la cinghia arrotolata nel pugno; potrebbe indossare la targhetta e la cartellina sottobraccio di un assistente sociale; potrebbe avere una pistola e sedere nel banco vicino al tuo, aspettare che tutti si mettano a sedere e l’insegnante inizi la lezione; potrebbe avere il sorriso suadente di un amico che ti porge mezzo grammo di roba al parco giochi oppure potrebbero essere tre squilibrati strafatti che penetrano in quel nido che avevi faticosamente costruito, in cui avevi promesso che sarebbero state al sicuro per sempre, e fare a brandelli la tua vita come un foglio di carta.
Abbandonai quella lettura allegra e me ne andai.
Il magazzino di alcolici dava sul retro di una postazione bar di una della sale-concerto del RagnaRock, la quale poteva arrivare a contenere almeno duecento individui sudati e ingrifati che si strusciavano uno addosso all’altro. In quel momento era vuota.
L’ambiente si sviluppava come una vecchia cattedrale gotica: un’ampia navata centrale e due più piccole ai lati, delimitate da altrettante file di colonne. Imponenti, fendevano l’alto soffitto a dieci metri sopra la mia testa. Delle reti da pollaio erano state fissate tra un arco e l’altro. Un gigantesco occhio azzurro dipinto sopra l’architrave principale dominava su tutto. L’impianto luci, re degli effetti stroboscopici delle serate a base di musica techno e malattie veneree, era sospeso sulla pista mentre un soppalco di legno correva lungo le tre navate con il suo strascico di fili elettrici, corde arrotolate come serpenti e jack penzolanti. Murales e lucine intermittenti completavano il quadro.
In fondo alla navata principale, al limitare del palco, fiammate di scena incendiavano il buio. Candele e candelabri in ferro battuto in arzigogoli sinistri, davano all’insieme un sapore di messa satanica.
E non c’è messa satanica senza una vittima sacrificale.
Probabilmente mi aveva scambiato per il suo capro espiatorio l’uomo che spuntò dal buio del soppalco riversandomi contro un rosario di piombo.
Riparai dietro il bancone mentre bicchieri e bottiglie andavano in frantumi e l’alcol schizzava dipingendo arcobaleni. Sparai per fargli compagnia ma il proiettile sghettò una delle colonne portandosi via un pezzo di spigolo e ne persi la traiettoria. Dal tipo uscì un gemito infelice. Mentre alzavo la testa per guardare, l’uomo si sporse oltre la balaustra tenendosi la spalla con una mano. Volò giù con un carpiato magistrale prima che potessi dirgli di stare attento al gradino. Il tonfo spaccato che il suo corpo produsse fu quello di un sacco di carne lacerata e rami spezzati dal vento.
Il rumore non portò nessuno dei suoi compagni ad affacciarsi per vedere se fosse rimasto qualcosa da mettere dentro una scatola e, nell’eventualità, spararmi. Fui io ad andarli a cercare, i guai. 






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sono stato io a fare questo?








L’atterraggio mi spremette la gabbia toracica e il lamento che seguì non ebbe quasi nulla di umano. Ci fu anche uno scricchiolio e sperai che non provenisse da me.
Battei le palpebre ripetutamente per mettere a fuoco la vista; vidi il buco frastagliato nel lucernaio dieci metri sopra di me. Avevo fatto un volo spettacolare e il pavimento, miracolosamente, aveva attutito parte dell’impatto. La superficie su cui ero disteso accoglieva perfettamente la curva della mia schiena. Non avevo paura di muovermi e lesionarmi irrimediabilmente il midollo spinale. Ero in grado di rompere il culo ai Puncinello anche su quattro ruote a spinta e il culo infilato dentro una padella di alluminio. Cacare e sparare, me lo sarei fatto incidere sul distintivo.
Mentre qualcosa aveva cominciato a scorticarmi il costato vidi che non ero finito sul pavimento ma su un tavolo, ora solcato da una profonda spaccatura longitudinale. Il posto era un ex-magazzino pieno di casse impilate alla bell’e meglio e da alti soffitti, che avevo verificato personalmente. Sotto la mia gamba sinistra c’era una valigetta nera dalle fauci spalancate. La metà superiore si ergeva dritta e rigida tra le mie gambe. L’incavo del ginocchio e il tallone avrebbero iniziato a pulsare nel giro di qualche minuto avendo battuto violentemente contro i bordi della valigia aperta. Mi tirai a sedere per un check accurato. Non avevo tagli profondi. Una stalattite di vetro, che il vento faceva dolcemente oscillare, pendeva sopra la mia testa.
Sarebbe stato catartico restare là sotto ad ammirare quello spettacolo ma indugiare ancora avrebbe potuto portarmi qualche fastidio.
Cacciai la mano dentro la valigetta e trovai un mucchio di bei dollaroni. Sperai tanto che fossero per l’addio al celibato di qualcuno ma non conoscevo nessuno così generoso da infilare nei tanga banconote da duecento dollari in su.
Ma forse ero io ad aver sempre frequentato la gente sbagliata.
Scesi dal tavolo e per poco non finii sbattuto a terra un’altra volta. Una sostanza verde di mia conoscenza si stava espandendo lentamente sotto i miei piedi. Rotolato fino ad una fila di casse, un cilindrone di vetro dalla pancia spaccata.
Ops, colpa mia.
Perlustrai il magazzino, scrollandomi la testa dalla febbre e i vestiti da vetro, sangue, schegge e mie stronzate personali.
Il posto era vuoto ma visto il tesoro che custodiva non lo sarebbe rimasto ancora per molto.
Quello stronzo di Gognitti non aveva scelto un posto a caso per saltare giù dal treno. Doveva trattarsi di un altro dei covi dell’organizzazione.
La porta di accesso era chiusa dall’esterno. Pensai che, se c’era qualcuno nell’edificio, il mio modesto numero da circo non poteva essere passato inascoltato. Ma era solo una supposizione e io avrei potuto rimanere là dentro anche l’intera nottata.
Scartai quasi subito l’idea di abbattere la porta scaraventandomici contro: la puttana si apriva verso l’interno. Mi decisi a far saltare i cardini e scelsi con cura la Magnum. Un foro più grande mi avrebbe permesso di prendermi una buona porzione del muro e una della porta. Quello che c’era in mezzo, il cardine, non sarebbe stato altro che storia passata dopo quello che gli avrei fatto. Il cane era già a metà della corsa, con il cilindro che gli esponeva il culo del proiettile, quando un forte bussare mi distrasse.
«San Pietro, sei tu?» chiesi.
«Chi c’è? Chi è là?»
«Mi avete lasciato qua mentre andavate a sbattervi le vostre gallinelle!»
«Sei chiuso là dentro? Da quanto tempo?»
«Abbastanza da riempire uno di quei cilindri fino all’orlo, bello!»
Non sapevo se il mio interlocutore fosse stupido o io troppo convincente ma la serratura iniziò a suonare una melodia di libertà.
«Dai, non ne posso più!» lo incitai preparandomi a sparare.
«Cristo, aspetta un momento! Che poi non capisco proprio come…»
L’uomo aprì la porta continuando a parlare e si trovò la mia pistola a solleticargli la punta del naso.
«Te lo spiego io.»
«Ehi, un momento! Un momento!» l’uomo proiettò mani e braccia sopra la testa come se un burattinaio invisibile avesse mosso il rocchetto verso l’alto. «Io non c’entro niente, signore!»
Non mi aveva ancora guardato in faccia perché seguitava a fissare l’occhio nero del revolver.
«E cosa sarebbe questo niente in cui tu non c’entreresti?»
«Quello che fanno i tizi che hanno comprato questo magazzino. Io sono solo il custode!»
«Bella scusa ma non incanteresti nemmeno mia nonna. Io sono la fatina buona dei custodi di magazzini in mano alla mafia e non ricordo di averti mai sollazzato con un gioco di bocca. Ti restano tre secondi per dirmi chi cazzo sei. Uno…»
A quelle parole, lo stesso burattinaio invisibile decise di mollare armi e bagagli, rocchetto compreso e scappare in preda ad un attacco di panico. Il custode cadde in ginocchio e scoppiò a piangere. Lacrime copiose e un pianto singhiozzante.
«Accenno ai lavori di bocca e subito ti torna il prurito?»
Il tipo aveva all’incirca una sessantina d’anni e non aveva l’aria di un corruttore di anime innocenti.
«Non mi tira con questo freddo, mi dispiace nonno. È un tempo da plaid, cioccolata in tazza e tante coccole. Alzati.» gli dissi allontanandomi di qualche passo e abbandonando la pistola.
«Oh, grazie, amico.» disse rialzandosi dopo un istante di titubanza.
«Asciugati il moccio, su. Hai superato la prova. Sei appena entrato a far parte dell’ordine dei custodi di Droga. I miei complimenti.»
«Vaffanculo, amico, okay?!»
«Come desideri ma mentre vado potresti dirmi come raggiungere il tetto? Sono quasi convinto di non riuscire a fare la stessa acrobazia in risalita.» Gli indicai il lucernaio. La neve aveva iniziato ad accumularsi nella conca del tavolo. «Dì che è stato un piccione.» Gli strizzai l’occhio, avendo intercettato nel suo sguardo una nube fitta di risposte a domande che riguardavano la droga sul pavimento e la nuova presa d’aria sul soffitto.
Dietro l’angolo poi, in fondo, la porta antipanico, furono le indicazioni del custode. Non espresse il desiderio di mostrarmi la strada. Prima si fosse liberato di me, meglio sarebbe stato. Meglio ancora se lui si fosse trovato più lontano possibile dal magazzino. Non gli dissi che sarebbe stato idilliaco se gli uomini di Lupino avessero trovato la porta chiusa al loro ritorno. Sperai che se ne ricordasse. 

Percorrendo il lungo corridoio il jingle delle Breakin’ News fece capolino da un uscio semiaperto.


«Max Payne ha ormai le ore contate. Siamo molto, molto vicini alla sua cattura. Avrà un rapporto dettagliato, ma adesso mi scusi: ho da fare.»
«È tutto quello che siamo riusciti a strappare a Jim Bravura, vice procuratore della polizia di New York.»

Bravura faceva parte dei buoni. Era il destino che ci aveva reso rivali. Ma quando parlava della mia cattura era decisamente fuori strada: avevo seminato i suoi agenti un paio di tetti prima. Almeno per il momento.
Trovai la porta e raggiunsi il tetto. Là feci attenzione a non rimettere un’altra volta il piede in fallo e ritrovai le tracce di Vinnie. Con tutto il sangue che aveva perso, in corpo dovevano esserci rimasti solo i vapori.
Saltai sul tetto del palazzo adiacente, distante un metro e mezzo, come una bambinetta che gioca alla settimana. Mi sembrò di sentire bussare con insistenza ma non vidi nessuno finché l’orizzonte non mi rivelò Gognitti che tempestava di pugni una porta di servizio, bestemmiando perché nessuno era ancora corso ad aprirgli. Tirava e spingeva la maniglia in preda a un disperato isterismo.
Faceva un freddo del diavolo quella notte, eppure Vinnie Gognitti sudava copiosamente. Era il suo corpo che reagiva allo choc di un fisico sempre più scompensato (e inutilmente correva ai ripari mettendo un cerotto su una diga ormai tracimata).
Quando si appoggiò alla porta per arrendersi alla sconfitta e tirare qualche rantolo che riuscisse a farlo ripartire, vedendomi mi affrontò: 
«Payne, ti ucciderò, maledetto poliziotto!»
Quando tentò di sollevare il fucile non fui più tanto magnanimo da lasciarlo fare. Quella volta l’indice e il medio di Vinnie saltarono, sparpagliandosi a terra come bastoncini di Shangai. La canna dell’arma picchiò secca sul pavimento. Vinnie si piegò sul lato di quella nuova ferita e si accasciò senza fare un ultimo passo.
Non che non ci provò, ma non ci riuscì.
I vapori delle canne fumarie davano l’impressione che ci fosse l’inferno a bruciare sotto di noi.
Era l’ora delle confessioni.


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polizia brutale

 

Era la mia seconda corsa in treno e, da come era proseguita la giornata, non prometteva niente di buono. Il vento gelido mi graffiava il volto come rasoi di ghiaccio mentre iniziavo a perdere la sensibilità degli arti. In lontananza anche loro: le sirene di un’intera città che mi stava braccando.
New York mi sfrecciò davanti come un’immagine sfocata, con le sue distese di camini anneriti e file interminabili di antenne tv. Quando finalmente il treno rallentò la sua corsa, Gognitti fece la sua mossa. In quel punto la sopraelevata lambiva la maggior parte dei tetti degli edifici di modesta altezza e venne naturale a Vinnie raggiungere il bordo esterno del vagone, su cui se n’era rimasto aggrappato, e tuffarsi di lato. Il balzo gli fece superare agilmente la recinzione metallica che divideva la ferrovia con la città e lo portò a rotolare diverse volte sul rivestimento impermeabile del tetto di una palazzina malmessa. Prima che la locomotiva iniziasse la brusca svolta che l’avrebbe portata in Harlington Road, saltai anch’io.
«Controllo biglietti, signore. Un uccellino mi ha detto che lei ne è sprovvisto.»
Mi ero rialzato prima di Vinnie e adesso lo tenevo sotto tiro. Il volo dal treno doveva aver contribuito ad avvicinare ancora un po’ l’orizzonte della sua dipartita. Respirava affannosamente e tutto se stesso era impegnato a chiudersi sullo stomaco, da dove il fiotto di sangue aveva ormai imbrattato per intero il vestito di raso con cui Vinnie era solito avere il coraggio di mostrarsi in giro.
Gognitti, a corto di fiato per una frecciatina verace, si apprestò a rispondermi con l’ennesima sventagliata, deciso a suicidarsi, quando dal frastuono della bufera venne la cadenza rassicurante dell’elica di un elicottero.
«Max Payne! È la polizia di New York. Getti le armi immediatamente e si sdrai a terra! Ha cinque secondi per arrendersi!»
Non mi era concesso di sperare nella cavalleria al galoppo, d’accordo, ma non meritavo nemmeno quello.
Vinnie mi sparò ma mi scansai in tempo. Sfortunatamente il dipartimento di polizia volle festeggiare con me manifestando la propria gioia togliendo la sicura e facendo cantare il mitragliatore in dotazione all’eli velivolo.
Corsi dietro a Gognitti, che aveva colto quella ghiotta occasione per sparire, e non smisi finché non mi infilai dentro l’edificio dalla porta antincendio che sbatteva maltratta dalla tempesta. Me la richiusi alle spalle con forza. La mia schiena si stampò contro le sbarre di ferro di una balaustra. L’acrobazia mi riallineò la colonna vertebrale. Uno sciame di pallottole di grosso calibro si schiantò contro la porta tagliafuoco, facendola assomigliare al volto brufoloso di un tredicenne.
Strada chiusa. Una nuova via da aprire.
Diedi una veloce occhiata attorno. Il pianerottolo su cui stavo perdendo tempo era un fazzoletto d’acciaio sospeso su un dirupo fatto da un vorticare di scale di cui non vedevo la fine.
Ansimante e gocciolante, invece, un piano sotto di me, si trascinava il mio compagno di giochi Vinnie, che si era tenuto la palla e voleva dettare le regole.
Gli lasciai due post-it avvolti nel piombo per ricordargli di non lasciarmi indietro come sua abitudine. Gli spari rimbombarono nella tromba delle scale. Gognitti guardò su e mi vide. E aumentò il passo.
Mi alzai e lo seguì. Nonostante fosse ridotto a un colabrodo la droga che aveva in corpo e la pazzia che aveva in testa riuscirono a tenerlo a distanza da me tanto che arrivò al cortile interno del palazzo prima che potessi mettergli le mani addosso.
La prudenza mi rallentava. Quando poggiai in sicurezza il primo piede sul pavimento di cemento del cortile, Vinnie si era fatto dare un passaggio da un montacarichi da cantiere del palazzo in costruzione a fianco. Mi sparò da dietro il suo ghigno strafottente, scarsamente interessato a prendere bene la mira.
Come al solito, quello si sarebbe dovuto ciucciare la sfacchinata ero io. Del futuro grattacielo, per il momento, non c’era altro che lo scheletro di tondini d’acciaio e gettate di calcestruzzo. Tutto il resto avrei dovuto immaginarlo.
Gognitti si era fermato attorno al decimo piano, oltre non avrebbe potuto andare.
Lastre di lamiera collegavano i piani, sostituendo le scale, e lunghe assi di legno rimpiazzavano il pavimento mancante. Chiodi e viti sporgenti avrebbero bucato come burro la suola delle mie scarpe in finto cuoio. Quel posto era la fiera del tetano.
Inseguivo Gognitti in un mondo sospeso nel vuoto di una tremenda caduta. Dovevo stare attento a non inciampare nei fili elettrici penzolanti, a non azionare inavvertitamente qualche sparachiodi dimenticata da un operaio distratto e appoggiata su un trespolo ad altezza occhi, a non rimanere impigliato nelle catene delle carrucole e a non ficcarmi il gancio in un polmone ed essere trasportato avanti e indietro come un calzino appeso al sole. Sotto le scarpe il pavimento pustoloso della ghiaia della prima gettata. Nei passaggi stretti le schegge delle travi tra cui mi facevo largo si conficcavano nella giacca graffiandomi le carni. I polmoni si riempivano di polvere e calce. Il vento urlava nei tubi in pvc cavernose e sinistre promesse di morte. Scarpinai fino al decimo piano per trovare il montacarichi desolatamente vuoto. Ora sì che avevo terreno da recuperare.
E adesso dove si era andato a nascondere?
Ancora il sangue e la neve mi aiutarono ad orientarmi. Considerando le lunghe virgole che lasciava nel manto bianco, Gognitti ora strisciava il piede più vistosamente. Ormai doveva essere esausta anche la gamba sana. Da buon poliziotto seguì in parallelo le tracce a passo sostenuto, non ancora di corsa. Mi feci tutto il tetto, evitando lucernai e ventole di aspirazione, fino al lato nord. Qui, un ponteggio di legno collegava il palazzo con il tetto di quello adiacente. Si trattava di una passerella di servizio per il grande cartellone pubblicitario che svettava sulla città e sui comuni mortali che la popolavano.
A parte Time Square, nei quartieri popolari erano numerose le strutture di quel genere installate sui tetti degli edifici privati e affittati allo scopo. Seguì Vinnie anche lassù e, mentre l’asse di legno gemeva per il mio peso, un proiettile sforacchiò il cartellone e mi spettinò il ciuffo. L’istinto mi disse di assottigliarmi il più possibile alla prima parete che potessi raggiungere ma il cartellone non sarebbe stato di alcun aiuto. Mi acquattai e percorsi velocemente la passerella per affacciarmi dall’altra parte.
Il cartellone sopra di me riportava l’immagine di un fucile d’assalto, su sfondo bianco, rosso e blu su cui campeggiava la scritta: “IL GIUSTIZIERE AMERICANO, PER LA VENDETTA.”
Ironico e terribile ma così adatto al qui e ora.
La struttura in legno che sosteneva la pubblicità si spaccò a metà durante la seconda serie di spari. Trovai Gognitti, due tetti più avanti, appostato come me dietro un terzo cartellone pubblicitario. Risposi al fuoco. Feci cilecca ma interruppi l’illusione di impunità che poteva essergli balenata in testa dal momento che erano già diversi minuti che non rispondevo alle sue provocazioni. Lo vidi sparire nell’oscurità, lontano dai coni di luce dei faretti posizionati al di sopra dei cartelloni. Saltai giù dalla passerella e con un secondo balzo montai sulla seconda, poco distante.
Su questo cartellone c’era Capitan Mazza da Baseball, il fumetto che avevo trovato accanto al corpo massacrato nei sotterranei dell’hotel di Lupino.

CAPITAN MAZZA DA BASEBALL È TORNATO, RAGAZZI! È CATTIVO E HA UNA MAZZA!

La mia corsa trai i tetti si perdeva al di sotto delle luci della Grande Mela, troppo indaffarata e distratta a sguazzare nel fiume delle proprie vergogne private e dei propri vizi pubblici. New York era indifferente alla mia vendetta come io lo ero alla vita senza Michelle e Rose. Pulivo il mio senso di colpa ricoprendolo di peccati. Speravo che mi avvicinassero più in fretta al momento in cui avrei potuto non provare più niente.
Non era una vita da sogno ma almeno era accettabile.
Un ultimo cartellone e nient’altro avrebbe potuto nascondere Vinnie dalla mia furia.
Il terzo era stato commissionato dalla Aesir Corporation. Com’è piccolo il mondo. Recitava che con la compagnia si sarebbe stati più vicini al paradiso.
Fosse stato vero.
Lo superai di slancio pronto a mettere le mani su Vinnie quando, troppo tardi, mi resi conto che il passo sarebbe finito dritto su un lucernaio. Volavo come il vento e la finestra non poté che cedere. Precipitai come un angelo cacciato dall’Eden avvolto in un bozzolo di vetro che non mi avrebbe salvato. 



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