Per la lettura di questo episodio consigliamo: Run Like Mad - Jann Arden
Nella puntata precedente: Breakfast Connection
Sono io o è il mondo a tremare?
Tazze e posate vibrano prossime alla frequenza di rottura, i muri baluginano dentro una cornice di strana nebbia, le orecchie ronzano del fischio di un boato enorme. Cammino con attenzione, ascoltando le comunicazioni che provengono dall’esterno. Mi muovo lentamente, rischio quasi di essere fermo, o forse è la testa che gira troppo forte.
Ma che cazzo mi prende?!
Non è la prima ragazza che sfioro in vita mia!
E non era nemmeno una zona così sensibile. Sfiorarle un dito passandole il caffè: oh sì! Un vero Casanova!
Dev’essere qualcos’altro. Virginia non mi ha mai fatto questo effetto. Forse mi sono beccato una disfunzione ormonale. Lo sapevo che non dovevo usare il bagno di Tetteballerine. Chissà cosa mi ha attaccato.
Scendendo le scale devo appoggiarmi alla ringhiera: sulla vista annebbiata è calata l’oscurità totale.
Femminuccia, ti conviene darci un taglio. E dico immediatamente.
Con una grande prova di volontà riesco a tenermi in piedi. Eh, non ho altra scelta: la porta d’ingresso è spalancata e Virginia non è ancora arrivata alla fine del vialetto.
Speriamo che sia un infarto, e che sia uno di quelli che stronca perché se avesse a che fare con quello che è successo in quella stanza non avrebbe un cazzacciodi senso. Avrebbe del ridicolo. Anche per me.
- I tempi dei grattini alle vostre Mary-Jane-Gote-Rosse sono finiti.
Sono cresciuto, il mio corpo è pieno di ispidi peli. Non posso buttare nel cesso anni di evoluzione sentimentale così, per un caffè. L’Homo Dawsoniano si è estinto che è un pezzo.
«Perso qualcosa?» una voce mi riporta a galla. È melliflua e vagamente fastidiosa, come quella che ti strappa dal sonno dei giusti (sopravvissuti ad una notte di epici bagordi e tornati dall’inferno per riportare a casa le chiappe). L’associazione mentale di quella voce al suo proprietario è come un’iniezione di adrenalina nel cuore. Cazzo che botta! Svegliati Spanky o Charlie non avrà pietà di te. No, non è Charlie: è Ivan, il Gitano.
«Nah, controllavo questo gradino. Ha un angolo sbeccato: è da sistemare.» rinvengo scendendo l’ultima manciata di scalini a memoria. La vista non è ancora del tutto a posto. Dribblo il gitano, ritto sulla porta della cucina e vado al lavandino, che mi regala un appoggio non sospetto.
«Come è andata con la donzella? Sei salito sulla torre più alta e hai conquistato il suo cuore?»
«C’hai preso. Cecilia?» mi informo aggirando accuratamente l’ostacolo. Non del tutto, comunque: Cecilia è la sola che potrebbe aiutarmi, in questo momento.
«E’ uscita: ha detto che faceva un salto alle poste.»
Mai una gioia.
«Ah, ok.» mi faccio scappare, dimenticando che il gitano non è un T-Rex: si accorge della tua presenza non solo se ti muovi, ma anche se ti azzardi a fiatare.
«Puoi dire a me! Non farti dei problemi!»
«No, nulla: cose che riguardano la casa. Roba noiosa.»
«Ah, ma figurati!» replica quello, gioviale. Sento che si avvicina. Percepisco il suo fiato pestilenziale. Capretto impaurito. Nope. Porri e paprika. «Di questo problemi non devi fartene. Con me, almeno!» mi afferra la spalla e la strattona fraternamente.
«No, davvero, grazie! Nulla di importante!»
«Fratello mio, non sei sereno, lo sento. Non puoi nascondermelo e sono quasi certo di sapere di cosa si tratta!» continua mentre io cerco di tenere la meraviglia stretta a me il più possibile.
«Che vuoi dire?» niente. È più forte di me.
«Bè, guardati nel piatto.» dice indicando quello che c’è sul vassoio, proprio sotto il mio naso.
«E allora?» domando osservando gli avanzi della mia crépès e il fondo della mia tazza gialla sporca di caffè.
«Hai lasciato metà della colazione.»
«Vuoi favorire? I porri ti stanno facendo fare aria?»
«No, mio caro. È evidente che sia successo qualcosa: ti ho visto mangiare. Non avresti mai lasciato niente nel piatto se non avessi incontrato qualche sorta di impedimento.»
«Se mi hai visto mangiare avrai anche capito che non sono esattamente ciò che si può definire un “tipo da crépès”. Sono un tipo un po’ più rustico.»
Il gitano ci pensa su un istante, valutando la sincerità della mia risposta. Mi guarda fisso negli occhi ed infine decide.
«In effetti sì: non sei uno a cui si addice la cucina ricercata.» un eufemismo per dire che guardare mangiare me è come andare allo zoo e vedere un branco di scimmie che si litigano una banana. Fortunatamente non me ne frega niente di quello che pensa così do l’impressione di avvallare la sua analisi e mi rimetto a svuotare il vassoio.
«Anche se…» il petulante giocattolo sessuale di Cecilia non è sazio. «…forse hai lasciato lì la colazione perché non volevi fare brutta figura con Virginia…».
-Bravo Einstein, hai ragionissima.- penso mentre la cantonata silenziosa che gli arriverà sui denti sta prendendo la rincorsa. «Mi hai beccato, Ivan: è andata così! Non riesco proprio a nasconderti nulla.» solletico il suo ego ed esalto la sua convinzione nell’energia mistica che lo pervaderebbe mettendolo in contatto con ogni essere vivente che abita il cosmo. «Bisogna sempre apparire al meglio di sé. Specialmente in presenza di una persona importante.»
«Se posso darti un consiglio, amico: sii te stesso. Non c’è niente di più bello che mostrarsi come si è.» dice, e mentre lo fa, nella mia testa non può non fissarsi l’immagine, indelebile, di lui che pianta le zucchine nel nostro giardino con addosso solo i suoi sandali da tedesco, un paio di slip logori e dei guanti da giardinaggio. Ah! E un pullover di pelo smanicato e una ciambella di adipe che hai voglia a dire che mangi “Sano & Bio”.
- Che fa? – ha chiesto Tetteballerine quando ci ha trovati, a me e Zanna, ad osservare dalla porta sul retro le meticolose operazioni del gitano.
- A quanto pare mangeremo zucchine. – gli ho risposto senza distogliere lo sguardo dalla ripugnanza.
- Zucchine? Ma a me fanno schifo le zucchine! I cetrioli non si possono avere?-
- Guarda che non siamo in fast-food: non puoi accostare a chiedere il menu.-
- Non saprei dove premere.-
- Ah, è facile: basta mettere il dito tra…-
- Non è una pessima giornata già così?- domando, sardonico, a Zanna che si diletta anche nel mimo.
- Speriamo che ci cada sopra.-
- Oh, così sarebbe di gran lunga meglio!-
- Spanky, sei incontentabile! Vado a prendere la gomma e gli facciamo lavare la 127?-
- Ma con la benzina! E chi ci sale più dopo?!- esterna Zanna.
- Tette’, non è ora che tu vada a trovare Linda? Mi sembri arrivato alla canna del gas.-
- Ehi, non farti prendere dal panico, coso! “Valla a trovare”, dice!-
- No, è che sembra che la sua mancanza stia facendo dirottare le tue inclinazioni su altri lidi. Poi fermami quando sbaglio.-
- È tutto perfettamente sotto controllo, Spanky. Grazie. Basto a me stesso.-
- Tre volte al giorno.- ha specificato Zanna.
- Cinque. La media giornaliera si è un pochino alzata.- lo ha corretto Tette’. Dal giardino zucchinato proveniva, proprio in quel momento, un gemito di fatica. Una figura gitana si stava piegando, con un angolo retto, intenta ad insinuarsi nel terriccio facendosi largo con un sapiente lavoro di dita.
- La vanga, cazzo. Usa la vanga.- ha esclamato fra sé un esasperato Tette’.
- Io dico di seppellirlo e mettere fine alle sofferenza di tutti.- ho proposto.
- Cecilia noterà la sua assenza.- ha fatto presente Tette’.
- E la sua mancanza? Le diremo che ha seguito la sua natura. Il piano che l’universo aveva per lui fin dall’inizio e che senza più inganni è tornato a vestirsi della sua vera essenza.-
- Concime?-
- Mangime per vermi.-
- Magari diventerà una pianta.-
- Un albero di coglioni da frutto.-
«Lo terrò a mente. È davvero un ottimo consiglio. Nessuno me l’aveva ancora dato. Vedi, servivi tu! Se ha funzionato così bene con Cecilia allora vado tranquillo!» perculo alla grande Ivan.
«Bravo. Non avere paura di niente. Non nasconderle nulla. Siamo tutti speciali. Siamo speciali proprio perché siamo unici. Non dobbiamo cercare di assomigliare a tutti gli altri. Non c’è bisogno di fare i salti mortali.»
Mi guarda ma non riesce a cogliere l’incredulità nei miei occhi per quella sequela di banalità da scadente libro di aforismi.
«Me ne ricorderò.» dico riponendo l’avanzo di crépès. Tempo un paio d’ore e non ve ne sarà più traccia. Aspetta solo che torni uno di quei profughi che sono accampati in casa. Sarebbero capaci di levare la cromatura anche alla maniglia del frigo. Torno al lavandino a mi appresto a lavare lo scodellame, pari a metà della produzione metallurgica annuale della Russia ma il gitano mi blocca. Ride e mi invita, facendomi letteralmente compiere un giro su me stesso, ad abbandonare la postazione e a non pensarci nemmeno, che sono pazzo?! Lo assecondo. Più che altro per divincolarmi dal suo contatto.
«Ma dici davvero?» bluffo, ben contento di scampare al lavoro di corvée.
«Ci mancherebbe altro! La metà di queste cose le abbiamo usate io e Cecilia. Mi sentirei in colpa se te le facessi lavare.» dice infilandosi i guanti di gomma e armandosi di spazzola.
«Non farti di questi problemi! In fondo qui sei…»
«Che inquilino sarei, altrimenti?» mi interrompe. Per la sorpresa mi cadono le orecchie. Certo, adesso si chiamano orecchie. Non avrebbe potuto dire cosa più sbagliata di questa.
«Ho bisogno di te.»
Mi correggo: questa è di gran lunga peggiore.
«Prego?»
«Devo chiederti una cosa un po’ delicata…»
«So che qualcuno potrebbe averti detto che quando bevo un po’ faccio cose pazze, ma ti assicuro che è solo una leggende metropolitana!» no, in effetti è vero. Quando mi ubriaco sono meglio. Divento una persona fantastica, una molla a reazione con una sola destinazione: l’essenza dello sballo. Quando alzo il gomito comincio a parlare fluentemente una trinità di lingue: oltre il francese e l’inglese anche un pizzico piccante di spagnolo, l’esperanto, l’elfico e il patatesco.
Dite Scopamici ed entrate.
Sono un apostolo. L’unica differenza è che loro parlavano grazie allo Spirito Santo, io solo grazie allo spirito.
«Devo chiedere una cosa a Cecilia.» dice senza alzare lo sguardo dai piatti. Che ne pensate, dovrei dirglielo che abbiamo la lavastoviglie? Può lavare un bue in 5 secondi netti.
«Guarda, se cerchi la spugna di ferro la trovi nel primo ripiano in alto. Cos’è che le vuoi chiedere?»
«Si tratta di una scelta molto importante per lei. Mi rendo conto che sia una cosa un po’ delicata e quindi vorrei che in quel momento fosse a suo agio.»
Posso trasferirmi da voi? Conviviamo? Mi vuoi sposare? Sono incinto.
Penso a scenari terribili mentre Ivan asciuga le stoviglie e disperato cerco qualcosa con cui controbattere, con cui affossare quella desiderosa speranza che cova in lui e che cresce ogni secondo che io tentenno.
«Bè, amico mio, tu sai bene che qui noi siamo praticamente una famiglia. Quindi capisci anche che Cecilia non è sola: le decisioni che prende hanno incidenza anche sulle vite di tutti noi. Sarà quasi una decisione collettiva. Siamo una famiglia molto unita.» provaci anche solo a pensare di mettere piede qui dentro con uno spazzolino.
«Certo, certo, lo so! Ma si tratterebbe di poco tempo. Torneremo presto! Ti posso assicurare che avrò cura di lei!»
«Tornerete? Cioè nel senso che partirete? Che ve ne andrete?» controllati, perdio, stai sorridendo.
«Se accetterà di venire con me a Berlino.»
«Berlino?»
«Ho la possibilità di girare un documentario sulla Berlino del dopoguerra e dato che starò via qualche mese volevo chiedere a Cecilia di accompagnarmi. Dici che accetterà?»
«Quando dovresti partire?»
«Il mese prossimo.»
«Improrogabile.»
«Temo che sia uno di quei treni che passa una volta sola.»
«Come hai pensato di chiederglielo?»
«Non ci ho ancora pensato. Volevo farlo stamattina ma poi non c’è stato modo.»
«Una cena allora!!»
«Dici?»
«Perché no?! È una cosa importante, l’hai detto tu!»
«Potremmo fare una bella cena di appartamento.»
Ancora. Continua a considerarsi parte della casa. Parte della casa parte della ciurma. «Ah, non posso. Vorrei tanto ma proprio non posso!»
«Ma non sai quando voglio farla!»
«Bè, immagino presto! Se tu parti tra un mese e Cecilia decidesse di venire con te avrebbe un sacco di cose da sistemare. Per questo deve succedere nel giro di un paio di giorni. E io purtroppo questo fine settimana non ci sono. Dispiace.»
«Pensavo a domani sera, in effetti. Ma se cambia qualcosa e ti liberi noi ti aspettiamo! Il tuo aiuto mi servirebbe proprio. Potresti convincerla, sei il suo migliore amico, ti ascolterà.»
«Sai a chi puoi chiederlo? A Fangio. Lui è l’uomo perfetto per queste cose. Con Fangio sei praticamente in una botte di ferro (inchiodata e gettata nel fiume).»
«Ok, pensavo di chiederlo anche a Zanna e Caterina.»
«Loro vanno benissimo ma…Fangio? Provare per credere.»
«Appena lo vedo glielo chiedo!»
«Ah, e se posso darti un consiglio per il ristorante: lo Scrooge. Cecilia lo adora e a te servono punti per portare a casa la partita.» brobdingnagiani i prezzi e lillipuziane le porzioni. Buona viaggio e felice anno nuovo, maledetto gitano.
«Sei un amico, Spanky. Ti sarò grato per sempre!»
«Non scherzare nemmeno. Ho fatto molto meno di quelli che pensi!»
«Ah! Non ti preoccupare: l’inappetenza è piuttosto normale quando ci si innamora!» dice quello, prendendomi al lazo e tirando con tanta violenza da farmi atterrare di faccia. L’istinto mi grida addosso di tornare indietro, spaccargli quella testa di paprika, piantare un germoglio di sequoia nel suo antro inferiore e aspettare che la natura faccia il suo corso e lo impali. Per sua fortuna gli sto già dando le spalle. Proseguo verso la porta d’ingresso congedandomi con un grugnito. Bastardo maledetto. Tu e quella boccaccia piena di merda e cazzi altrui. Ti odio dal profondo del mio cuore. Devo trovare Cecilia. Ho bisogno di Cecilia.
Esco dalla magione con in testa ancora il ronzio dell’ultima frase del gitano e, confuso e infuriato, sbatto il grugno contro la solida pietra.
«Ti dai una mossa o devo fare tutto io?» mi sfotte Tetteballerine, che tiene la mia testa tra i suoi pettorali.
«Tette’!»
«No, te lo dico perché siamo in pubblico e non vorrei che si venisse a sapere che mi sono rammollito: Tetteballerine conclude ad ogni contatto fisico.»
Mi divincolo dalla sua presa e la mia faccia ha le grinze dei suoi muscoli, stropicciata come al risveglio da una notte di blackout etilico. Ma di cosa è fatto quest’uomo? «Dov’eri?»
«Ho accompagnato Fangio alla fiera della sposa. Devi vedere come si è conciato! Sembra Steve Urkel, ma meno bello. E ce ne vuole! Secondo me, farà fatica anche a concludere con se stesso, stasera!»
«Sarebbe grasso che cola!»
«Bè, non sarebbe proprio grasso…»
«Colpa mia! Ti ho chiesto troppa concentrazione tutta insieme. Hai incontrato Cecilia mentre tornavi?»
«No, perché?»
«Volevo chiederle un paio di cose.»
«Cose frocesche? Se non sono cose frocesche puoi dire tranquillamente a me!»
«Possono aspettare.»
«Bravo, l’amico mio! Togliti dal cuore tutte quelle frociate. Fanno male e non servono a una beneamata!»
«Frociate?»
«Tipo la colazione di stamattina.»
«Proprio tu parli? Che fate colazione su Skype ci sei rimasto tu e Massimo Giletti. Solo che lui dall’altra parte ha uno specchio perché, dai, quanto si piace?»
«Cause di forza maggiore: quello che un uomo fa per una donna lontana non può essere paragonato in nessun modo a quello che fa quando ci vive insieme.»
«Come avere un incidente aereo sulle Ande ed essere costretto a mangiare gli altri passeggeri per sopravvivere?»
«Pensavo più a Kurt Russel che per uscire dal quel nightclub deve vestirsi da donna! È interessante però che il simbolismo della tua metafora sia andata diretta al cannibalismo…»
«Mi spaventi quando parli così. Dove sono andati a finire i “fregna”, i “glandi”, le “bocce” e tutto il vocabolario tettiano?»
«E’ andata così male?»
«No, non è andata male…anzi.»
«Vi siete coccolati, eh? EH?! EH?!» domanda, sottolineando ogni interrogazione con un doppio inarcamento sopraccigliare.
«E’ stato…strano…strano ma bello…»
«Non così tanti particolari tutti insieme!» esclama, dopo aver atteso alcuni secondi che io proseguissi il racconto.
«Sull’argomento non ho nient’altro da dire.»
«Va bene! Non metterti a piangere!»
«Farò uno sforzo! Ehi! Dove vai?» con nonchalance Tetteballerine indietreggia, mentre parla. «Ti sei offeso? Ti hanno aumentato ancora il dosaggio di estrogeni?»
«No, tuo padre mi ha fottuto l’ultima confezione. Maledetta puttana!»
«Mi dici dove stai andando?»
«In centro: ho un impegno. Ci vediamo dopo!»
«Da quando in qua hai degli impegni? Ti avverto, la psicologia inversa con me non funzione. Ho una mente troppo evoluta per cascarci. La tua è solo una scusa per farmi venire con te e raccontarti quello che è successo!»
«Faccio tardi, Spanky. Se vuoi venire con me, davvero, nessun problema ma devo scappare!» dice e non aspetta la mia risposta: s’affretta ad uscire ed imboccare il viale.
Solo. Solo ancora una volta. Che faccio, accidenti?!
Zanna è irraggiungibile: risucchiato in un cono di luce dall’astronave-fidanzata, in questo momento il suo corpo sarà pieno di sonde. Cercheranno di strappargli informazioni con qualsiasi mezzo, senza pietà o compassione. Lo tortureranno, lo strazieranno e sconvolgeranno la sua mente. Caterina gli leccherà le orecchie fino alla morte pur di farsi dare il PIN del bancomat.
Non voglio rimanere da solo, oggi.
Cecilia è introvabile: la sua commissione alle poste è l’equivalente del “scendo un attimo a comprare le sigarette”. Del suo gitano ne ha piene le palle perfino lei. La capisco, eccome.
Non voglio stare solo con i miei pensieri. Non ci sono più abituato. Ci sono un sacco di silenzi imbarazzati. Devo capire che succede, mettere ordine, studiare un piano d’attacco. Pensare a un “dopo”.
Mi sembra di avere ancora 15 anni. Sento già le nappe del mio tappeto mentale che si mettono in moto. Vuole che salga e che vada a fare un giro con lui, sopra Agrabah, a cantare tra le stelle e credere in ogni sogno.
Ocho, cammello sputa!
Non mi fregate, mi dispiace, dalla Caverna delle Meraviglie non si esce con uno schiocco di dita. Mi sono costruito questa armatura con il sudore della fronte e pezzi del mio cuore. Ho una cotta di maglia fatta di delusioni. Praticamente impenetrabile.
«Scusa, Orango?!» urlo a Tetteballerine. Lo raggiungo.









